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“Certezza morale”, l’arroganza di giustificare la fede con la Ragione
Avere fede significa credere in idee, in assunti o in un concetti senza curarsi che esistano prove ogettive (verificabili e sperimentabili) a sostegno o a confutazione degli stessi, ma solo in base a quanto affermato da una autorità (come ad esempio i genitori, i professori, i giornalisti, i governi o i sacerdoti). Dunque credere in un qualunque dio è un atto di fede.
Al contrario, credere solamente a ciò che è dimostrato da prove oggettive, cioè verificabili e sperimentabili, non curandosi di ciò che afferma l’autorità, è un atto di razionalità. Osservando che nessuna religione è in grado di portare prove oggettive a conferma dell’esistenza di un qualunque dio, la ragione porta a proclamarsi atei.
Questa divisione netta tra fede e ateismo, tra assurdo e ragione, sebbene evidente, viene respinta da una parte del mondo accademico pontificio, che si illude nel voler dimostrare che la fede sia giustificabile attraverso la ragione. Che quindi i fatti oggettivi non solo non possa portare all’ateismo, ma che al contrario porti alla credenza.
Gli argomenti a sostegno di queste tesi bislacche sono ovviamente i primi ad essere irrazionali. I credenti “razionalisti” sostengono ad esempio che la scienza non ha alcuna prova definitiva sull’inesistenza di nulla, babbo natale e topolino compresi. Quindi l’esistenza di dio, come quella di babbo natale o di topolino, sono scientificamente ammissibili. Ma chi (s)ragiona così, non si accorge che questo non è affatto un motivo sufficiente per credere alla reale esistenza di dio, di babbo natale o di topolino. Quante probabilità ci sono alla luce della scienza che topolino esista sul serio… praticamente zero. Credere quindi in un qualunque dio (come zeus, shiva, lo spirito santo o manitù) equivale a credere in un evento scientificamente molto improbabile, tanto improbabile quanto l’esistenza di un qualunque altro personaggio immaginario. Appare evidente come allora non è lecito parlare di ragione sulla base di un tale argomento, ma al contrario di creduloneria.
Altri credenti “razionalisti” obbiettano invece che la fede in dio sia piuttosto un sentimento come l’amore che non può essere dimostrato oggettivamente, ma viene sentito soggettivamente. Ma questo li colloca automaticamente fuori dalla ragione dato che l’amore per l’appunto non è razionalità, ma uno stato emotivo, una passione che tra l’altro può essere mal riposta. In olte, considerando il fatto che le religioni hanno la pretesa di elevarsi a fonti del diritto e della morale delle nazioni, c’è solo da preoccuparsi alla prospettiva di rimanere in balia di soggetti controllati delle proprie emezioni e illusioni, che potrebbero non corrispondere alle proprie. Un ulteriore valido motivo per diventare laicisti: se vogliono autoilludersi e lasciarsi guidare dall’amore (cieco, rivolto pure a un personaggio inesistente) che almeno abbiano la gentilezza di non trascinarsi dietro tutti.
Altro delirio dei credenti “razionalisti” consiste nel voler dimostrare, tornando alla definizione di fede riportata all’inizio, che all’analisi dei fatti credere ciecamente in quello che affermano le autorità sia cosa del tutto razionale. Ad esempio, dicono loro, un bambino ragionevole crede alla parola dei suoi genitori, come quando gli dicono che toccare il fuoco fa male senza doverlo verificare. Un bambino crede dunque ai genitori sulla base dell’istinto, senza aspettarsi che loro portino prove. La stessa cosa avverrebbe nella fede. Un credente dovrebbe credere alle parole del papa, o chi per lui, senza spiegazioni in quanto questo è un atto di razionalità. Ma ciò al massimo è un atto infantile. Infatti è ridicola solo l’idea che una persona adulta debba credere a quello che dice un suo pari (il papa non è migliore di nessuno) come se questo fosse suo padre e lui fosse un bambino dal cervello ancora in fase di sviluppo. Ciò si potrebbe verificare solo se un credente non matura, continuando a mantenere atteggiamenti infantili anche da adulto, solo in tal caso potrebbe ritenere valida la parola del papa come fosse quella di un padre. Come ciò si possa considerare razionale resta un mistero della fede.
La ragione non può giustifcare la fede. I credenti dovranno farsene una ragione (anche se non è loro abitudine).
Il cardinale Euguenio Pacelli, poi Papa Pio XII, firmò con Hitler il 20 luglio 1933 un concordato che di fatto ne legittimava il regime. Il Vaticano non solo intratteneva rapporti amichevoli con il nazismo ma ne forniva una visione positiva in tutto il mondo cattolico, tanto che i cattolici tedeschi aderirono in massa al partito nazista, tra cui ricordiamo un giovane Ratzinger (oggi papa Benedetto XVI).
Da notare come mentre il Vaticano non abbia avuto mai nessun timore a condannare, osteggiare e scomunicare personaggi e ideologie ritenute non conformi con l’insegnamento di Cristo (a cominciare dal comunismo), il papa non abbia mai scomunicato il Nazional Socialismo o Hitler, mai un nazista.